Il mio primo incontro con l’Atletica Bergamo. (Piero Campenní)

In una domenica di metà ottobre del 1973 decisi di partecipare all’ultimo meeting della stagione, in programma all’Arena di Milano. Per me l’atletica leggera, fino a quel momento, era stata un piacevole modo di fare sport e passare del tempo all’aria aperta nella bella stagione, ma avrei voluto impegnarmi di più. A Imperia, dove vivevo, avevo scoperto nelle gare scolastiche di avere una dote naturale per la velocità e, senza una preparazione specifica, avevo già corso più volte i 100 metri in 11” e i 200 in 22”5. Volevo dunque approfittare dell’ultima occasione dell’anno per cercare di scendere sotto gli 11 secondi.
Ai primi di ottobre mio padre, per motivi di lavoro, era stato trasferito a Bergamo ed io, che seguivo l’atletica (ero un grande tifoso di Pietro Mennea) sapevo perfettamente che esisteva l’Atletica Bergamo, una società non grande ma… campione d’Italia della 4x100! Poche settimane prima, infatti, in TV e sui giornali era stato dato ampio risalto alla vittoria della staffetta bergamasca sulla favoritissima Aeronautica militare, con Guerini che, in ultima frazione, aveva resistito alla grande proprio a Mennea.
Decisi quindi di andare all’Arena con la speranza, grazie alla pista in tartan, di fare 10”9. Dalla nuova casa di Bergamo, ancora in subbuglio per il trasloco, mi recai alla stazione e presi il treno per Milano. Era una tipica giornata dell’autunno milanese, con un pallido sole e il cielo grigio. Quando scesi dall’autobus nei pressi dell’Arena, vidi nel parcheggio un bellissimo pulmino Ford Transit con una grande scritta: ATLETICA BERGAMO – FONTI GAVERINA. “Ah, ci sono anche loro…”, pensai, “… e guarda che bel pulmino…” (provenivo infatti da una piccola e simpatica società di Sanremo, piena di entusiasmo ma con pochi mezzi).
Durante il riscaldamento non potei fare a meno di osservarli. Notai due dirigenti, uno più anziano, sui quarant’anni, alto, magro, stempiato, occhiali fumé, aria sveglia e competente ma allo stesso tempo gioviale; l’altro tra i 25 e i 30 anni, sul metro e 75, sguardo acuto e intelligente e un vistoso paio di baffi neri. Accompagnavano un gruppo di atleti in tuta blu con la scritta “Fonti Gaverina” sulle spalle. Due in particolare richiamarono la mia attenzione: uno aveva un aspetto fiero, un fisico scultoreo sul metro e 80, i capelli lunghi e indossava con nonchalance i pantaloni della tuta della nazionale su due muscolose gambe da decatleta; l’altro aveva un’aspetto più simile al mio, con un fisico agile e scattante, ma con un’aria posata e riflessiva, un po’ da studioso. Molto diversi fra loro, sembravano però assai affiatati e chiacchieravano amabilmente, il primo in modo vivace, quasi inquieto, l’altro in modo più serio e pacato. Ma la cosa che mi colpì di più è che dopo la gara (un 400 di fine stagione) si sedettero sotto uno dei platani dell’Arena e… si fumarono con soddisfazione una sigaretta!
Terminato il riscaldamento, ero pronto a partire. Con il mio tempo di 11” ero stato inserito nella penultima serie, quindi non con i migliori. C’era però qualche atleta da 10”8-10”9 che poteva trascinarmi a dare il massimo, anche se la giornata era un po’ troppo umida e fredda.
Corsi comunque la mia serie e la vinsi. Aspettavo con ansia il risultato, ma l’altoparlante sentenziò l’ennesimo 11 netti, che accolsi con un pizzico di delusione; era comunque il miglior tempo fino a quel punto, e mancava solo una serie. Con mia grande sorpresa, il primo della serie dei migliori corse solo in 11”1, quindi potevo dire a buon diritto di aver vinto la gara…
Beh, mi sembrava di avere le credenziali giuste per presentarmi: mi feci coraggio e mi avvicinai al gruppo dei bergamaschi. Naturalmente, mi rivolsi alla persona più anziana: “Buongiorno, sono quello che ha vinto i 100, siccome mi sono trasferito a Bergamo e l’anno prossimo vorrei far parte della vostra società, non è che mi dareste un passaggio?”. Ricordo con grande emozione lo sguardo di Giulio Mazza (il dirigente sveglio e gioviale) accendersi di improvviso entusiasmo: “Aah, che gioia! Vieni qua!” mi urlò abbracciandomi “Vieni, che ti presento ai tuoi nuovi compagni!”. Non potevo sperare di meglio! “Questo è Nello Mascheretti” (il dirigente con i baffi) “che sarà il tuo allenatore, questo è Alfio Ghisdulich, 10”7 sui 100 e 7,07 nel lungo” (l’atleta dal fisico scultoreo) “e questo è Marco Fumagalli, velocista da 11” anche lui” (lo studioso agile) “Con loro correrai la staffetta l’anno prossimo. Senti, il pulmino è a 9 posti e noi siamo in 9, ma per te facciamo uno strappo alla regola e ti accompagniamo volentieri!”. E così uno di loro (forse Nazzareno Mazza) si sedette nel portabagagli e salii sul pulmino…
Durante il breve viaggio ebbi modo di conoscere tutti meglio. Alfio era sì un atleta fiero e volitivo, ma sotto la scorza del duro era buono come un pezzo di pane, e lo capii subito; Marco era sì serio e riflessivo, ma non meno brillante e spiritoso. Appresi anche che avevano due buffi soprannomi, rispettivamente “Giz” e “Fumix”… Ma ciò che mi colpì di più fu l’atmosfera rilassata ed allegra, il grande affiatamento del gruppo, nel quale mi inserii con la massima naturalezza, come se ne avessi sempre fatto parte. Al momento dei saluti, Nello mi diede appuntamento per gli allenamenti al Lazzaretto (scoprii con stupore che all’interno della struttura usata per rinchiudere gli appestati nel ‘600 c’era un campo per allenarsi, con tanto di prato e di pista!), Marco ed Alfio il giorno dopo sul Sentierone. Avevo trovato non solo il posto giusto dove sviluppare il mio talento per la corsa, ma anche degli amici veri. In particolare, proprio Marco è il padrino di mio figlio, che ha appena compiuto 19 anni, e il ricordo dei tanti momenti belli trascorsi con Alfio (come le vacanze in Croazia) mi accompagnerà per tutta la vita.
Con loro e con gli altri, sotto la guida sicura e attenta di Nello, svolsi, per la prima volta in vita mia, una lunga ma piacevole preparazione invernale, con il massimo impegno e con la netta sensazione che, nel 1974, sotto la soglia degli 11 secondi ci sarei andato, e anche di molto. E così fu: quell’anno, infatti, con la maglietta rossa dell’Atletica Bergamo feci due record italiani juniores e raggiunsi un traguardo impensabile solo pochi mesi prima: la maglia della nazionale.

 
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