BERGAMO E L’ATLETICA NEL 1959. (Alberto Dettin)
Era il 1959,l’anno di frontiera tra i “cinquanta” della caotica ricostruzione e i “sessanta”, i favolosi anni del boom.
Il rock and roll era nato da poco ma stava già rivoluzionando il mondo dei giovani, ed al Festival di Sanremo,dopo anni di melodici piagnistei,era esplosa “Volare”,la canzone di Domenico Modugno.
Io avevo diciotto anni,abitavo a Bergamo e qualcosa stava cambiando anche nella mia vita.
Frequentavo infatti l’ultimo anno del liceo scientifico Lussana,alla fine del quale avrei affrontato i “terribili” esami di maturità per poi andare a Milano all’università.
La Bergamo di allora era diversa da come appare oggi,ma non quanto gran parte delle città del nostro paese,almeno nel suo complesso storico.
Per rivedere la Bergamo di quegli anni è sufficiente cancellare un po’di automobili, al loro posto mettere biciclette,qualche moto e scooter (vespe e lambrette) a volontà, ma soprattutto seminare dovunque allegria e fiducia nel futuro.
La città era comunque in fermento ed in particolare lo era il mondo dell’atletica, da quando era stato costruito uno stadio solo per questa attività sportiva : lo stadio studentesco di via Delle Valli.
Prima di allora c’era solo il Brumana, lo stadio del calcio, disponibile negli orari lasciati liberi da quella attività sportiva e da spartire con le ragazze, essendo in vigore un divieto assoluto di allenamenti promiscui.
La società di maggior prestigio era la Libertas che, come dice il nome, era espressione del partito di maggioranza di allora.
C’era stato, qualche anno prima, un tentativo di creare un’altra società per fare largo ai giovani , la Fiamma, ma ebbe vita breve.
La Libertas aveva diversi atleti di rilievo tra cui emergeva il mezzofondista Baraldi, più volte campione e primatista italiano delle gare di mezzofondo.
A quei tempi lo sport si nutriva di rivalità e dualismi, il più famoso dei quali aveva visto protagonisti nel ciclismo, Coppi e Bartali.
Così, pur non essendoci i presupposti per una vera e propria rivalità dal punto di vista dei risultati agonistici, a fare da contro altare a Baraldi, atleta serio, regolare e metodico negli allenamenti, c’era un altro mezzofondista della Libertas : Della Minola.
Questi era un atleta di grandi potenzialità, tutto genio e sregolatezza, che possedeva l’innata simpatia delle persone allegre e schiette ed una naturale predisposizione alla corsa al pari dei migliori atleti africani comparsi alla ribalta molti anni più tardi.
Lo rivedo ancora, in una immagine fresca come si fosse ieri, imboccare la curva finale di un “ottocento” : un fascio di muscoli in tensione per sostenere l’ampia falcata e contrastare la spinta della forza centrifuga.
Mi appare immerso nell’ alone di magia che accompagna la corsa di questi atleti, potenti e leggeri allo stesso tempo, che sferzano la pista con i piedi e contemporaneamente sembra che volino, come cavalli purosangue al galoppo.
Della Minola però era la disperazione degli allenatori ai quali sfuggiva dalle mani come un’anguilla non appena pensavano di averlo ridotto a comportarsi come una persona seria.
Solo anni più tardi fu condotto sulla retta via ed ottenne ottimi risultati, lasciando a tutti il rimpianto per ciò che avrebbe potuto fare se avesse iniziato prima ad applicarsi con serietà e costanza. Questo dilemma animò a lungo accese discussioni tra chi sosteneva che, in quel caso, avrebbe potuto raggiungere o addirittura superare l’antagonista Baraldi e chi invece lo escludeva categoricamente.
La Libertas era gestita, un po’ all’antica, da un ragioniere factotum, vera anima della società che si occupava e preoccupava di tutto.
L’atletica allora era uno sport assolutamente dilettantistico. Solo gli atleti di eccellenza venivano agevolati nella ricerca di un lavoro e nell’ottenimento di permessi per praticare meglio l’attività sportiva.
Il nostro ragioniere, da buon padre di famiglia, aveva pensato però anche a quelli, diciamo, meno fortunati e distribuiva premi in denaro a fronte di prestazioni anche modeste, purché in qualche modo significative. Si trattava di piccole somme, sufficienti ad acquistare poco più di un gelato, che,consegnate un po’ furtivamente per non suscitare invidie e gelosie,acquisivano il sapore di vere e proprie mance.
Ricordo che un atleta particolarmente sensibile , simpatico a tutti per la sua innata gentilezza e disponibilità, De Ponti, si oppose fermamente a questa pratica sia per una questione di principio, ritenendo più giusto che andasse premiato l’impegno profuso piuttosto che il risultato ottenuto, sia perché riteneva stupido violare, per una somma così modesta, il dilettantismo che conferiva un alone di nobiltà all’atletica di quei tempi.
In perfetta coerenza con il suo pensiero rifiutò sempre il compenso in denaro ed invitò i compagni di squadra a comportarsi allo stesso modo.
Essi però, pur essendo in linea di principio d’accordo, non avevano lo stesso rigore morale. La protesta quindi svanì sul nascere ma l’episodio è rappresentativo dell’atmosfera di quei tempi e di quelli che si stavano preparando.
Personalmente ricordo ancora con una certa ammirazione l’irreprensibile amico ed anche quel pizzico di vergogna che mi assaliva di tanto in tanto per non averne seguito l’esempio.
Nell’ambiente ci si conosceva e frequentava tutti.
Solo gli atleti più blasonati stavano ad una certa distanza, anche perché i loro allenamenti e le gare spesso erano in tempi e luoghi diversi dai nostri.
Tra i vari personaggi che animavano il mondo dell’atletica aveva riscosso la generale simpatia un giovane architetto che seguiva con passione l’atletica bergamasca anche se da tempo aveva smesso di praticarla e non rivestiva cariche in alcuna società.
Era solo un grande appassionato.
Io avevo iniziato a frequentare il campo di atletica molto giovane e mi ero iscritto dapprima alla Fiamma ed in seguito alla Libertas.
Per quanto riguarda le prestazioni, dopo un exploit all’età di sedici anni nel campetto dell’oratorio di Albino, avevo avuto una stagione senza grandi progressi ma continuavo a frequentare il campo con assiduità ed entusiasmo, attratto dal piacere di fare esercizio fisico all’aria aperta, incontrare amici e nella speranza di ottenere,prima o poi,un qualche risultato significativo.
Anche il semplice trasferimento da casa allo stadio costituiva un piccolo, gradevole viaggio in bicicletta, turbato solo dal passaggio obbligato davanti all’ingresso principale del cimitero : una costruzione dalle pesanti e tozze forme rettilinee, leggermente oblique, ulteriormente appesantita dal materiale di costruzione, una pietra grigia, porosa, con occlusioni nerastre.
Quando guardavo l’ingresso sentivo una voce che mi chiamava con tono autoritario e minaccioso e diceva: comportati bene, altrimenti da questa stretta fessura non potrai mai passare !
Una morale che si poteva tranquillamente estendere alla vita in genere nella Bergamo di quei tempi, quantomeno nell’ambiente che ero uso frequentare.
La monumentale, quasi monolitica, costruzione simboleggiava il tipo di bergamasco allora più diffuso, grande lavoratore, assolutamente serio, indisponibile a mettere in discussione le sue convinzioni.
Nei miei ricordi il professor Tombini, primo Presidente dell’Atletica Bergamo, anche se non era nato a Bergamo, rispondeva perfettamente alla descrizione.
Io invece non ero del tutto sicuro di volere “comportarmi bene” ed ancor meno desideroso di pensare al giorno in cui sarei stato giudicato degno di varcare quella soglia.
Attraversavo quindi in fretta il viale, evitando di guardare verso l’ingresso.
Dopo il passaggio davanti al cimitero, percorso uno stretto viottolo a fianco di un piccolo canale, sbucavo in via delle Valli, e con poche pedalate, ero allo stadio.
Dello stadio ricordo il grande prato verde coronato dall’arco delle prealpi che aveva il sapore ed anche il profumo della libertà.
Le piste e le pedane erano in terra rossa, nelle buche dei salti c’era la sabbia e l’asta dell’omonimo salto era in alluminio, rigida, inflessibile un po’ come il bergamasco di cui ho detto prima.
C’erano anche (grande novità!) i blocchi di partenza per le gare veloci che sostituivano le buche scavate fino ad allora prima della linea di partenza dei cento metri al Brumana, in modo assai rudimentale (le palette non erano mai disponibili),tra le proteste e spesso i divieti inderogabili del custode, persona dai modi sbrigativi e di carattere assai lunatico.
Isolate dal contesto ed un po’ stonate rispetto a questa idilliaca visione tra l’agreste ed il bucolico c’erano le tribune in cemento, a gradoni, del tutto disadorne, che ricordavano le periferie di Milano dei pittori del primo novecento o, se preferite, il languore “ungarettiano” del circo prima e dopo lo spettacolo.
Il custode, non più giovane ma di natura audace, per contribuire alla causa dell’atletica sfruttando la giovanile esperienza di ginnasta, era inizialmente l’unico a cimentarsi con un certo successo nel salto con l’asta.
Gli allenamenti iniziavano a marzo e la stagione delle gare si apriva ufficialmente con la riunione della Bicocca, lo stadio della Pirelli,in viale Zara a Milano ai primi di aprile, che precedeva la più classica delle gare primaverili che era la Pasqua dell’atleta all’Arena di Milano la cui pista misurava 500 metri.
Proprio lì feci in tempo ad assistere, dalla pedana del salto in alto, ad una delle ultime esibizioni di Adolfo Consolini, il discobolo medaglia d’oro alle olimpiadi di Londra del 1948 che costituiva il mito vivente dell’atletica italiana, assieme al suo eterno rivale Beppe Tosi.
Le società più blasonate della Lombardia erano la Gallaratese, la Riccardi, la Pirelli e la Snam di San Donato.
Eravamo dunque nel 59, nei primissimi mesi e mi telefonò l’architetto di cui vi ho detto prima che, come avrete capito, era Daniele Eynard che voleva parlarmi di persona e sarebbe venuto a trovarmi a casa.
Mi accennò che si stava per costituire una nuova società sportiva.
Puntuale,come richiedeva la sua origine svizzera, venne a parlarci, in quanto, come richiesto, c’era anche mia madre.
Ci illustrò il progetto che era quello di dare vita ad una società orientata alla diffusione della pratica sportiva ed in cui gli atleti partecipassero in qualche modo anche alla gestione, sullo stile un po’ dei club inglesi.
Sia io che i miei genitori, originari di Schio, un paese in cui l’atletica è sempre stata amata e praticata, accogliemmo con entusiasmo l’invito sentendoci anche un po’onorati di poter partecipare attivamente alla promozione della nuova società sportiva.
Fra l’altro il record italiano di salto in alto, la specialità in cui mi cimentavo, era stato da poco strappato, con la misura di 2 metri, da Gianmarco Roveraro ad Alfredo Campagner, un atleta di Schio, conoscente di mio padre, nove volte campione italiano negli anni quaranta.
Aderimmo subito all’iniziativa e così posso dire che fui uno dei soci/atleti fondatori della Atletica Bergamo 59, cosa che mi fa piacere ricordare anche se l’esperienza fu breve e non riuscii a dare un contributo all’altezza dei desideri e delle aspettative.
L’avventura infatti per me iniziò e finì quel fatidico 59 in cui, in mezzo a varie delusioni, ebbi anche qualche soddisfazione che conservo nei ricordi più cari.
Ora,trascorsi cinquanta anni e giunto all’ età in cui si pensa alle cose passate ed alle scelte fatte con il desiderio di fare quasi un bilancio, vorrei dire che mi è dispiaciuto di avere lasciato così presto l’atletica senza analizzare bene i motivi della rinuncia, anche perché devo riconoscere che l’averla praticata negli anni giovanili è stato molto importante per la mia formazione.
Considerato che, nonostante i progressi della scienza e della tecnica, appare quasi certo che non avrò la possibilità di tornare indietro per cambiare il corso degli eventi, approfitto di queste brevi note per confessare al Presidente/architetto Daniele Eynard che anch’io avrei desiderato che le cose fossero andate altrimenti.
Nel contempo desidero complimentarmi per i successi della società in questi lunghi anni ed augurare a lui e all’Atletica Bergamo 59 una lunga vita.
Sono convinto che “lassù” il prof. Tombini,leggendo questa mia,dirà al fedelissimo segretario Mazza :
“Finalmente!............Era ora!
Appena arriva gli faremo fare dieci giri di pista ogni mattina.”
E forse,dopo una breve pausa,aggiungerà:
“ Io però avevo capito che in fondo era un bravo ragazzo.
Forse bisognava parlargli di più.”
Alberto Dettin
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